Filosofia

01
La logica

Cosa ci spinge

"Non c'è mai fine. Ci sono sempre dei suoni nuovi da immaginare, nuovi sentimenti da sperimentare. E c'è la necessità di purificare sempre più questi sentimenti, questi suoni, per arrivare ad immaginare allo stato puro ciò che abbiamo scoperto. In modo da riuscire a vedere con maggior chiarezza ciò che siamo. Solo così riusciamo a dare a chi ci ascolta l'essenza, il meglio di ciò che siamo." John Coltrane

Il pensiero che ha mosso il Loud Studio alle sue origini è concentrato in questo articolo

  HARDWARE o SOFTWARE, REALE O VIRTUALE?

Esiste un gran numero di musicisti innamorati della tecnologia come pure del proprio strumento acustico o della propria tastiera “tradizionale”. Alcuni di questi musicisti sono polistrumentisti, creativi, nonché appassionati di registrazione. Un interrogativo che interessa chi si occupa di musica oggi, specie se ha iniziato un po’ di tempo fa, quando la tecnologia si presentava in forme diverse, è se si debba preferire il virtuale al reale, il software all’hardware, l’analogico al digitale, e via discorrendo. Alcuni si lasciano trascinare dalla nostalgia, conservando nel proprio intimo però il sospetto di perdersi qualcosa e di aver fatto una scelta irrazionale (ancorchè difesa con orgoglio), rifiutando tutto ciò che sa di virtualizzazione dell’attività musicale. Alcuni invece accettano acriticamente tutto ciò che va nella direzione proposta dal mercato, cioè sostanzialmente la creazione di un mondo virtuale dove si fa musica nel computer, cominciando con una manciata di suoni elettronici per finire con un mp3 su internet.

In mezzo, tantissimi musicisti che hanno capito che, come al solito, la verità sta nel mezzo, ma non riescono a riunire tutte le loro sensazioni in un puzzle coerente, ad esplicitare le ragioni per cui preferiscono ora una modalità, ora l’altra, per cui entrambe sembrano essere desiderabili e, allo stesso tempo, non completamente soddisfacenti. Sembra cioè che la scelta debba essere necessariamente polarizzata. Molti, pur intuendo che c’è una soluzione, tendono comunque ad oscillare fra i due estremi e non trovano mai un motivo definitivo per “schierarsi”, sebbene siano istintivamente portati a desiderare qualcosa di “assoluto” e definitivo, per potersi entusiasmare pienamente.

WORKSTATION e COMPUTER

La categoria più interessata da quanto appena detto è probabilmente quella dei tastieristi; per intenderci, gli amanti di quelle workstation il cui destino sembra essere reso incerto dalle super potenti applicazioni software che popolano gli hard-disk dei nostri pc (leggasi campionatori software e virtual instrument). Le workstation sono di fatto strumenti musicali di tipo classico, cioè si accendono e sono operative in pochi secondi (almeno dovrebbe essere così), consentono una gestione dei suoni molto veloce ed intuitiva, presentano spesso una buona qualità della tastiera e della costruzione in generale, oltre a numerosi pulsanti e controlli che permettono al musicista di controllare le funzioni e i parametri in tempo reale. I suoni sono di ottima qualità ma non sono specializzati: per esempio i suoni degli strumenti ad arco e i loro ensemble non sono comparabili con quelli prodotti dai “cugini” software, i quali, per esempio, gestiscono con estrema facilità le articolazioni durante l’esecuzione, cioè i voluminosi set di campioni necessari, con un notevole realismo. Anche gli effetti possono essere un tallone d’Achille, essendo in numero finito, spesso insufficiente per una produzione discografica. Qualcuno potrà dire che nessuna workstation è pensata per sostenere una produzione discografica, ma è altrettanto vero che nei sogni di chi ama queste macchine c’è il desiderio che esse diventino autosufficienti (vedi le ultime novità), diventando quasi delle workstation software, residenti però nello chassis di una tastiera. Tra l’altro questa tendenza si andava affermando (pare però che ritorni), non senza una certa ingenuità, prima che il mondo fosse invaso dai virtual instrument.

Quale è la situazione attuale? Lato software, va detto che occorre fare molta attenzione nel selezionare i prodotti che realmente sono all’altezza delle aspettative: c’è tanta improvvisazione, e sembra che non si tenga conto dell’altissimo livello raggiunto già con le vecchie tecnologie, che dovrebbe invece essere il punto di partenza di ogni nuovo prodotto. Lato workstation, ultimamente sono uscite delle nuove macchine i cui suoni sono assolutamente indistinguibili da quelli prodotti dai campionatori software. Gli effetti sono di qualità superba (anche le distorsioni per chitarra, vera cartina di tornasole), come è lecito aspettarsi da dsp dedicati, ma purtroppo il loro numero resta ancora limitato, come pure limitate risultano le possibilità di routing (anche questo sta cambiando). Le librerie sono ancora limitate ma chi ha avuto modo di utilizzare i prodotti software sa quanto in realtà conti la qualità rispetto alla quantità e quanto incida sulle possibilità di modifica del suono una buona arhitettura di sintesi; tanto che le enormi librerie dei campionatori software possono anche rivelarsi meno versatili di quanto le aspettative facciano pensare.

Ma non è questo il punto: è ovvio che, facendo lo slalom fra prodotti di qualità dubbia, tentativi malriusciti e goffe improvvisazioni, i campionatori software sono destinati a confermare la loro superiorità (almeno per qualche tempo ancora).

Il fatto, però, è che ci sono degli ottimi motivi per continuare a utilizzare le workstation hardware, specialmente ora che si sono così avvicinate alla potenza dei software.

Le workstation, in sostanza, rappresentano l’alternativa all’utilizzo di una master keyboard associata ad un computer (dotato di sequencer-host vst, virtual istrument, scheda sonora). Nelle situazioni live di fatto la selta non si pone, pertanto quanto segue si riferisce alle situazioni home studio e project studio.

Esamineremo alcune differenze e attribuiremo il giusto peso alle varie caratteristiche considerate, cercando di mettere al centro la musica e l’esperienza musicale. Estenderemo il nostro esame anche ad altre categorie strumentali.

 

ERGONOMIA ED ESPERIENZA MUSICALE

La prima differenza importante è sicuramente il tempo di avvio delle applicazioni software rispetto ai dispositivi hardware. Di fatto occorrono anche due, tre minuti per avviare un pc windows sovraccarico, pensato per soddisfare innumerevoli esigenze non musicali. Questi (in fondo pochi) minuti possono essere considerati un buon motivo per preferire per le workstation hardware? Occorre valutare le conseguenze che tutto ciò ha sul musicista. Sappiamo bene che il desiderio di suonare e l’ispirazione creativa possono scaturire improvvisamente dal profondo dell’animo. Perchè separare questo momento nascente dalla sua realizzazione con anche soli due minuti di attesa? E’ poca cosa? E’ un’altra cosa: è un’altra esperienza musicale. Si pensi a come sarebbe stata la storia del rock se i grandi chitarristi avessero dovuto attendere anche solo due minuti perchè la loro chitarra fosse operativa; o se avessero dovuto aspettare altrettanto perchè i loro pedali di distorsione e wha si rendessero finalmente disponibili, magari dopo una serie di snervanti operazioni preliminari come: caricamento, apertura plugin, selezione preset, etc.

Quale che sia la potenza delle applicazioni software, queste sono, come dire, “al piano di sopra”, e occorre fare le scale ogni volta che le si vuole utilizzare. La vostra chitarra (o tastiera) è al piano di sopra? Probabilmente no: magari è nel salotto, ed è sufficiente prenderla e sedersi sul divano per poter iniziare la propria avventura sonora.

Ma questi piccoli ostacoli, questi piccoli ritardi sono davvero così importanti? Avendo la pazienza di attendere, ci aspetta, invece, un mondo meraviglioso? Forse, ma probabilmente avremo voglia di entrarci meno spesso di quello che pensiamo, per motivi inconsci di cui non teniamo conto abbastanza quando immaginiamo la nostra esperienza musicale. Nella pratica, una tastiera immediatamente disponibile si fa accendere molto più volentieri di un complesso sistema di software; una chitarra si fa imbracciare molto più spesso di quanto si abbia voglia di attendere il caricamento di un plugin di distorsione nel mondo bidimensionale e affollato del monitor di un computer. E questo di fatto può significare una produttività molto più alta in termini di creatività, ma anche di soddisfazione (e quindi, di riflesso, di creatività). In effetti, una ridotta scelta di suoni, però immediatamente fruibile, può significare una maggiore efficienza; viceversa, una vasta scelta di suoni di altissima qualità, però “al piano di sopra”, può mortificare la voglia di suonare e diminuire l’efficacia reale.

Anche l’immediatezza nelle modifiche di parametri, suoni e regolazioni è importante. Insomma ogni azione che sia immediatamente messa in atto dopo la sua ideazione mentale, anziché ritardata (di poco o di molto), è “vera”, come il cervello si aspetta che sia. E quando il cervello può utilizzare tutti i suoi automatismi senza impedimenti, vengono a verificarsi tutta una serie di fenomeni che hanno importanti ricadute sulla creatività e in generale sull’esperienza musicale. Quindi è sbagliato pensare che un ritardo anche piccolo sia ininfluente o poco “dannoso”. Attenzione quindi a sottovalutarlo in ogni momento e aspetto dell’esperienza musicale.

 

RICCHEZZA SONORA

Se spostiamo l’attenzione al mondo della chitarra, ovviamente, occorre considerare in realtà più di uno strumento: classica, acustica, elettriche, basso. Ciò che differenzia la chitarra dal piano o dalle tastiere è che le seconde basano la loro espressività sulle gradazioni sonore e timbriche ottenibili con gruppi anche molto grandi di note, in cui il singolo suono è meno importante del flusso globale delle note. La chitarra invece ha a disposizione diverse tecniche espressive e timbriche per ogni singola nota: si pensi a come varia il timbro se si sfiorano le corde con i polpastrelli oppure con il plettro, secondo la posizione rispetto al ponte, etc. La chitarra elettrica poi espande ulteriormente queste possibilità, anche perchè le varie tecniche esecutive interagiscono con gli effetti: un intero mondo di possibilità, nel quale tantissime sottigliezze sonore sono gestite dall’istinto e dalla perizia del musicista.

Le sottigliezze, i particolari accessori del suono, in realtà, sono molto importanti in quanto “rivestono” le melodie e, in generale, gli schemi logico-matematici secondo cui si può descrivere la musica. Inoltre rendono gradevole l’esperienza sonora per chi suona e per chi ascolta.

Il concetto può essere compreso se si considerano, per esempio, quegli straordinari dispositivi che trasformano il suono delle sei corde della chitarra in dati midi, alcuni più efficienti di altri, ma sempre molto divertenti. Chi li ha provati sa che si riescono ad utilizzare suoni non chitarristici, ma sa anche che si perde molto di quello che le tecniche chitarristiche permettono al suono.

Interessanti anche quei dispositivi che rielaborano il contenuto armonico dei segnali provenienti da un pickup esafonico per trasformarli in suoni di altre chitarre: ciò è possibile per la somiglianza del segnale originale e delle possibilità esecutive. Molto intrigante, poi, sarebbe un’applicazione o dispositivo che elabora i segnali del pickup esafonico per ottenere suoni completamente diversi da quello originale, con un algoritmo tale che, però, alla variazione di un certo parametro chitarristico corrisponda la variazione di un parametro sintetico.

La ricchezza sonora sviluppata dalla chitarra (e dagli altri strumenti) può avere una notevole influenza sul cervello: va cioè sottolineato che una tavolozza sonora immediatamente accessibile alle mani del musicista, ed il controllo particolareggiato dei parametri del suono risultante, possono rivelarsi molto più utili ai fini creativi, di quanto non lo sia avere a disposizione innumerevoli suoni di altissima qualità, che però devono essere programmati in tempi relativamente lunghi, perdendo in questo caso tutti i vantaggi dell’interazione immediata musicista-strumento. Questa, infatti, porta con sé un valore aggiunto, di cui si può riconoscere l’importanza solo se lo si sperimenta direttamente.

 

LA COMPLESSITA’

Anche gli strumenti ad arco (come quelli a fiato del resto: si pensi al sax) presentano una tavolozza espressiva impressionante. Si possono ottenere infinite suggestioni semplicemente dosando in maniera diversa il colpo d’arco, la sua velocità, la pressione, l’angolatura, etc. Tutte queste cose (come avviene anche per la chitarra), utilizzate sapientemente durante l’esecuzione di una frase musicale, sono in grado di trasmettere sensazioni “di precisione”, sviluppando un’immensa ricchezza musicale ed emotiva.

Se uno solo di questi strumenti può fare tutto ciò, si pensi a quante nuances espressive può sviluppare un’intera sezione o addirittura un’orchestra, quando le tecniche di più famiglie strumentali interagiscono per moltiplicare le possibilità.

Se è vero che gli applicativi software possono vantare gigabyte di campionamenti, è anche vero che non è possibile utilizzare tutte le loro possibilità in tempo reale, come se fosse davvero un’orchestra a suonare, dato che quest’ultima è composta da musicisti le cui menti interagiscono durante tutta l’esecuzione, collaborando per ottenere un risultato finale che non sarebbe prevedibile o progettabile “a tavolino”.

E’ evidente allora quanta ricchezza possa esserci nelle interazioni fra musicisti (di un orchestra come di un quartetto rock), essendo ciascuno di essi desideroso di sfruttare ogni possibilità del proprio strumento. Inoltre, va detto che cervello e orecchio hanno una sensibilità che va oltre la percezione cosciente e oltre gli spettri acustici. Allora risulta chiaro che, se l’immagine stereo di una registrazione può riportare tantissima informazione sonora, è anche vero che ciò non si origina all’interno di un computer ma piuttosto all’esterno, per rifluirvi dentro, in tracce estremamente particolareggiate.

L’IMPORTANZA DEI PARTICOLARI

Tutte queste sottigliezze, questi particolari non devono essere necessariamente eclatanti: possono anche essere dati per scontati e costituire la normalità. Chiunque suoni uno strumento musicale, per nulla al mondo lo sostituirebbe con una fonte di sinusoidi: la gradevolezza dell’esperienza musicale, infatti, parte dagli armonici, da come questi interagiscono con il riverbero, da come si riequilibrano dopo l’attacco, e da mille altre cose. Ciò è presente in tutti i suoni che ascoltiamo da quando siamo nati. Siamo cioè piuttosto “viziati” e abbiamo un discreto “buon gusto”, esigente, sviluppato ancor prima di imbracciare uno strumento per la prima volta.

Tutto ciò fa sì che la nostra esperienza musicale risulti “avvolgente” rispetto alle melodie e alle armonie che ci trasmettono i significati della musica. Queste melodie e armonie (insieme al ritmo) non sono altro che matematica, avvolta dal bello delle emozioni e sensazioni che esse stesse suscitano. E tali sensazioni a loro volta generano una pienezza interiore che porta ad ulteriori invenzioni logico-musicali, altri significati, in un turbine di retroazioni positive che costituisce il genio inventivo dei compositori.

La componente che “riempie” e “riscalda”, quindi, costituita dalle emozioni, è in molta parte coadiuvata dai quei particolari sonori che, essendo presenti in gran quantità, fanno “spessore” e rendono sature e sazie le emozioni stesse.

 

VIVERE LA MUSICA

Utilizzando i prodotti software, ci si avventura in percorsi che spesso portano lontano: quella del computer è una produttività diversa, anche se comunque molto efficace. Purtroppo però nello stesso tempo occorre rinunciare a cose che solo apparentemente e ingenuamente possono essere considerate come secondarie: la loro presenza, anche non consapevole, può dare avvio ad una attività creativa caratterizzata da maggiore produttività e soddisfazione, perchè più vicina alle esigenze dell’animo umano.

Quest’ultimo infatti ha bisogno di “fare”, di “vivere” in prima persona l’esperienza musicale, soggettivamente e con le sue strutture, le cui componenti hanno un peso relativo che non siamo noi a stabilire.

Come si diceva prima, le melodie e le armonie che tanto amiamo, non ci deliziano affatto se sono prodotte da semplici suoni statici come sinusoidi. E’ necessario infatti assecondare le esigenze di “abbondanza” e “riempimento” della nostra natura psico-acustica, perchè l’attività musicale abbia inizio, continui e non sia interrotta subito per manifesta sgradevolezza.

Ecco quindi perchè ha un senso imbracciare uno strumento acustico o mettere le mani su una tastiera: perchè il nostro essere vuole partecipare all’attività musicale con tutte le sue strutture, anche quelle meno mentali. Le quali, però, se non soddisfatte, fanno sì che la voglia di suonare regredisca fino ad annullarsi. Anche il corpo vuole “agire” la musica, e vuole interagire con essa: desidera avere come partner oggetti solidi (come le grosse corde di un basso per esempio, o le manopole di un synth). E poi, molta di quella che noi chiamiamo mente, per funzionare e godere, per essere soggettivamente protagonista, deve far muovere le sue parti più profonde. Queste ultime non devono essere considerate una tara, un rallentamento, ma piuttosto il nostro essere più genuino e reale. Un essere limitato magari, ma con caratteristiche che a noi stessi sfuggono, o che a volte mettiamo da parte troppo frettolosamente in favore di aspetti più intellettuali. E’ importante invece capire che, risultati intellettualizzabili a posteriori, sono di fatto generati da moduli non intellettuali. Come dire che ciò che ci sembra essere solo razionale, invece non è che il frutto della ricchezza saggia e occulta di parti del nostro essere che hanno radici in zone profonde e sconosciute: dove la parte razionale si unisce a quella emotiva, dove i nostri due emisferi cerebrali convergono.

SINESTESIA

Quali altri importati particolari vengono trascurati? L’estetica di uno strumento, ad esempio, quanto influisce sulla motivazione di un musicista? Molto, sicuramente, ma perchè? Forse soltanto perchè esiste la dimensione live, che comporta anche un aspetto estetico? O soprattutto perchè il nostro essere è naturalmente portato a riunire in un’unica esperienza le immagini con i suoni? Oppure anche perchè l’entusiasmo suscitato da una semplice forma estetica può generare un’esaltazione che può valere una carriera?

In fondo, a pensarci bene, tutto ciò che la musica evoca lo possiamo ritrovare nella nostra vita: negli entusiasmi come nei momenti di riflessione, negli spazi aperti oppure intimi, nei progetti che facciamo e nelle persone che sono intorno a noi. Le composizioni che amiamo possono evocare in noi stati d’animo, immagini di luoghi e spazi, aspettative e attese. E tutte queste cose non sono affatto disgiunte fra loro, ma contribuiscono a formare l’esperienza globale, le cui componenti non sono separabili.

Per questo ha senso scegliere con particolare cura il luogo dove suonare o dove sistemare il proprio studio e i propri strumenti. Così come ha senso preferire che il suono riempia lo spazio acustico della stanza, con il suo riverbero, invece di rimanere per ore con una cuffia in testa e con il collo indolenzito. Il nostro essere “è” lì, proiettato nello spazio, libero, e solo così può partecipare pienamente all’esperienza musicale.

Tutte queste cose sono spesso sacrificate quando si utilizza il computer. E sicuramente il computer ha i suoi vantaggi peculiari, da non ignorare. Come sono peculiari di altre configurazioni, invece, altri vantaggi: quelli che permettono di dare giusto rilievo ad aspetti nascosti ma decisivi che, come è stato ampiamente illustrato, hanno una valenza tale da aumentare la reale produttività. E questo perchè tali aspetti sono l’espressione di quelle parti del nostro essere che posseggono la reale capacità creativa. Il fatto di poter accedere al proprio strumento pochi istanti dopo che ne è nato il desiderio, ha un’importanza cruciale, ancora più che il fatto di avere a disposizione, per esempio, decine di suoni diversi. Per questo può bastare una chitarra e una vista sul mare per comporre splendida musica.

 

TECNOLOGIA

Esiste però anche una sorta di estetica della tecnica: nella forma e nella concreta fisicità di una tastiera per esempio (l’aspetto, i materiali utilizzati, le sensazioni tattili, etc.) un musicista percepisce dei significati e trae dei piaceri che hanno poco di musicale, eppure sono intimamente connessi con il risultato che se ne tira fuori. Come del resto è bello di per sé leggere la musica ed esercitarsi sullo strumento, anche come attività fine a se stessa.

Il piacere della tecnica, suscitato dalla consapevolezza che ciò che si sta usando è frutto di un progetto ben riuscito, sia esso elettronico o acustico, rivolto alla produzione musicale, può costituire una motivazione molto forte all’uso di uno strumento o di un sistema. E il risultato finale sarà comunque musica ispirata. Mentre un progetto che mostri incoerenza e sia distante da quanto è ottimale, genera solo repulsione e delusione.

Noi siamo davvero innamorati della tecnologia, sia che si concretizzi in un dispositivo hardware sia che si mostri in un’applicazione software. Entrambe le tipologie hanno ragione di essere; infatti, oltre ad apprezzare la concretezza rassicurante di una workstation a tastiera, siamo anche sinceramente convinti che il computer e lo studio virtuale, costituiscano una miniera di possibilità. Sarebbe sbagliato rinunciarvi. Se dobbiamo realizzare un demo, il nostro project studio basato su pc ci permette di fare cose che non ci saremmo neanche sognati qualche anno fa.

L’ideale sarebbe che l’industria capisse, tra le altre cose, quanto l’immediatezza e l’interfaccia uomo-macchina siano importanti. Quale sarebbe la nostra esperienza musicale se il nostro host vst si accendesse istantaneamente con tutti i settaggi caricati, insieme al computer? Che rapporto avremmo con la nostra chitarra se le nuances espressive della nostra performance pilotassero direttamente gli aspetti di suoni totalmente diversi? Saremmo ancora diffidenti se le distorsioni fossero davvero all’altezza dei suoni cui siamo oramai abituati, perchè sono cinquant’anni che il rock ce li propone, e non si può tornare indietro? Il nostro gusto di fatto si è raffinato molto prima che i programmatori fossero in grado di approssimare gli algoritmi di questa stessa raffinatezza. Le cose più belle che la musica ci ha dato, c’erano già decenni prima che i softsynth facessero la loro comparsa.

Peccato che l’industria sembri seguire in maniera suicida meccanismi in cui il marketing ha sempre l’ultima parola, appiattendosi sui desideri dell’utente medio. Non avendo la lungimiranza dell’utente esperto, questo rimane deluso dai risultati concreti di ciò che egli stesso ha promosso con le sue mediocri scelte.

La sfida è congiungere i due mondi. E non ci sarebbe contraddizione alcuna fra le “due filosofie”, non più oscillazione, non più dover decidere da che parte stare.

Per adesso possiamo soltanto creare sistemi ibridi, che siano la diretta proiezione delle strutture mentali (alcune più “software”, altre più “hardware”) che li useranno, oppure focalizzarci su alcuni aspetti in attesa di prodotti completi e immediati. Per adesso accontentiamoci dei prodotti effettivamente disponibili, purchè comunque assecondino le aspettative di qualità “totale” che nutriamo, anche inconsapevolmente.

Dopo aver sottolineato l’importanza della fisicità e dell’acusticità, possiamo finalmente riconsiderare la straordinaria nitidezza del digitale: anche questo è un aspetto “sottile” (questa volta però non sottovalutato) che entusiasma e che può dare molto all’esperienza musicale. La purezza di una registrazione digitale o un campionamento estremamente particolareggiato non possono che invogliare il musicista a farsi conquistare dalle sottigliezze, sperimentarle in prima persona per poi fissarle nelle tracce di un sequencer.

I due aspetti si stimolano l’uno con l’altro: poter disporre di uno studio digitale permette di apprezzare le microscopiche peculiarità dei suoni, e spinge a sperimentarne di nuovi.

 

CONCLUSIONI

In conclusione, se qualcuno ha delle sensazioni che non riesce a razionalizzare, riguardo la necessità di dare il giusto valore a determinati aspetti, a volte minimali, dell’esperienza musicale, non si senta in dovere di distogliere l’attenzione, anzi inverta il punto di vista, e consideri che ciò che lo ha spinto finora a fare musica erano proprio quegli aspetti. Riassumendo:

1 – importanza dell’immediata fruibilità dello strumento musicale e del controllo dei parametri, tramite interazione diretta;

2 – importanza della ricchezza dei suoni acustici, quindi delle sottigliezze, come rivestimento e riempimento, ma anche come sottili input dai quali la nostra sensibilità raffinata sa farsi ispirare;

3 – necessità di coinvolgere nell’esperienza musicale strutture della mente aventi esigenze particolari, che però sono all’origine della capacità creativa e della possibilità di godere dell’esperienza musicale;

4 – necessità di fruire di quest’ultima immergendosi nelle forme d’esperienza quotidianamente “umane” come: suonare in uno spazio acustico reale o in un luogo particolare, collaborando con altri musicisti ed interagendo fisicamente con gli strumenti e le loro parti, facendosi inoltre ispirare da ciò che di bello c’è nella propria vita e nel mondo;

5 – riconoscimento del ruolo che l’apprezzamento per progetti tecnici ben riusciti e il corrispondente risultato “estetico-costruttivo” hanno nella spinta all’utilizzo di strumenti e sistemi e quindi nella creatività stessa;

6 – importanza di progettare sistemi composti di parti che siano la proiezione delle strutture mentali che le useranno, alcune più intellettuali, altre più concrete;

7 – rinoscimento dell’importanza del computer negli ambiti della generazione e, soprattutto, della fedele registrazione della ricchezza musicale prodotta al suo esterno, nonché riconoscimento dell’entusiasmo derivante dalla sensazione di nitidezza e precisione che lo caratterizzano.

 

Sì la quadratura del cerchio è possibile.